Rolando Bellini

BIO     MOSTRE                                                                         Testi Critici:     Gillo Dorfles     Andreina Daolio     Cesare Zavattini   

Davvero rivoluzionario l’approccio di SAVEART e di Maria Teresa. Sembra aver preso spunto da Courbet, uno dei pochi artisti che è letteralmente salito sulle barricate. Oggi dobbiamo emularlo salendo sopra le discariche, cercando di trasfigurarle in un valore aggiunto, in una miniera di risorse inaspettate, con tutta la delicatezza , l’attenzione, l’affettività e la prudenza degli artisti e nel rispetto, sempre, della vita, di ogni vita su cui si può innestare e germogliare nuova vita artistica.

Vi sono poi all’interno di SAVEART altre implicazioni.

Innanzi tutto il suo operato non può essere confuso neppure un po’ con la “trash art” e non è neanche una rivisitazione o un recupero decontestualizzato e decontestualizzante di certa storia dell’arte. Invero si tratta di tutt’altra cosa, di una sfida che fa del presente il nostro più remoto futuro. Naturalmente deve molto alla storia dell’arte, deve pure alla possibile implicazione di certa sperimentazione artistica di ieri e dell’altro ieri che in qualche modo ha chiamato in causa scorie, materiali, frammenti. Insomma, la cosiddetta “trash art”. Naturalmente SAVEART deve pur qualcosa anche alla nuova e vibrante querelle ermeneutica più attuale, che fa dei confini disciplinari i luoghi di maggiore attrattività e di più vitale creatività, dando slancio a una creatività singolare. Ma questa consapevolezza, dichiarata nella concretezza di un “fare”, prima ancora che nelle dichiarazioni affidate allo stesso manifesto di SAVEART, che effettiva ricaduta ha e potrà mai avere in questo agire intimamente artistico? Illuminato rinuncia alle definizioni, prende le distanze dal rischio di irriducibili etichette sempre in agguato e pronte a compiacere, ruffiane, i pennivendoli della critica d’arte.

Altre inferenze trovano piena luce, poi, attraverso una lettura filosofica di SAVEART, oppure attraverso una più aderente puntuale analisi formale di SAVEART. Resta fermo un punto: il profilo che si è fin qui sommariamente delineato di questo movimento che parrebbe sottolineare con enfasi il tramonto definitivo di certa post modernità malintesa che, perlomeno in Italia, ha tenuto banco negli ultimi anni. Altre questioni oggi tanto dibattute, altri aspetti certo non troppo felicitanti come l’imperante sciatteria che sembrano essere parodia delle fumanti montagne di rifiuti che si ispessiscono di giorno in giorno nelle nostre discariche, certo tutto questo è messo esplicitamente sotto accusa e fors’anche alla porta.

Eleganza, timidezza, soprattutto dolcezza sono viceversa tratti caratteristici e caratterizzanti di questo movimento, proprio perché in ciò e in altro di congruente, si può e si deve riconoscere lo sforzo collettivo rivolto a questo generale e particolare mutamento realizzato attraverso il fuoco artistico. Un’alchimia? Quando Arturo Schwarz parlava delle imprese alchemiche di Duchamp faceva appello a un valore e a un fare che può essere riconosciuto come antefatto, sia pur parziale, del presente movimento e tuttavia a ciò andrebbe sommato il dibattito suscitato dai francofortesi attorno alla società industriale e massificante, a ciò andrebbe aggiunto l’effetto devastante delle scorie che stanno conquistando il pianeta. Vi è insomma una possibile apertura olistica in SAVEART che trova confortante riscontro nel più attuale contatto epistemologico e in tant’altro ancora, ma soprattutto trova nei singoli individui, nella loro autentica partecipazione emotiva, progettuale, creativa, il senso più profondo di questa nostra proposta.

Ma ecco ora un problema squisitamente categoriale: dove si colloca la sperimentazione creativa guidata da Maria Teresa Illuminato? Dopo il dibattito anni Sessanta orientato a distinguere e dividere nettamente ogni ambito disciplinare e dunque arte, architettura, design, nei pieni anni Novanta il gioco si è ribaltato e sono state avviate le più varie contaminazioni. E “contaminazioni” è diventata parola forte, parola-guida di molteplici accadimenti. Non solo per animare trasversalità disciplinari significative, ma anche per rinnovare le strategie della mente, le metodologie progettuali inerenti queste discipline e infine per tentare di ridare ordine al disordine.

Quel disordine – va spiegato – presente soprattutto nel fragile e potente ambito del flusso quotidiano dell’élan vital, per dirla à la Bergson, di cui è parte attiva e di primissima linea proprio il design. Design industriale, artistico, amatoriale ecc, che trovava e trova ancora, in parte, nuova motivazione nelle strategie decostruttiviste della postmodernità. In ciò che sopravvive tuttora d’essa. Quando, con l’avvento del nuovo millennio, anche il Postmodern ci ha lasciato, la seduzione della riapertura delle frontiere disciplinari e del rinnovamento dei linguaggi delle arti ha avuto il sopravvento nei confronti dell’appena tramontata strategia decostruttivista e citazionista. Ed è in stretto rapporto con questa riapertura di tutte le frontiere, alias di tutti i giochi possibili delle arti, che Illuminato ha fondato questo nuovo insegnamento.